Pianta carnivora

La pianta perduta ritrovata nello stagno di Platamona

Mercoledì, 8 Luglio 2020

Era il 1986 quando Marco Giau trovava per la prima volta nello Stagno di Platamona la Utricolaria vulgaris, meglio nota come “erba vescica”, contributo pubblicato in uno studio ben fatto dal titolo “Indagine floristica e vegetazionale sullo stagnodi Platamona (Sardegna Nord-occidentale)”.
Successivamente la presenza di questa pianta, ora segnalata presente con certezza solo in altre tre regioni d’Italia, non viene ritenuta attendibile dagli esperti, probabilmente a causa dell’introvabilità della pianta in situ, e di conseguenza riportano negli anni successivi la presenza sì di una Utricularia, che però è la sua parente molto più comune Utricularia australis, nota ai più come “erba vescica delle risaie”, presente su quasi tutto il territorio nazionale.

Questa pianta è dotata di utricoli che altro non sono che delle trappole ad aspirazione, grazie alle quali la pianta cattura piccoli organismi acquatici e li digerisce.
Come è possibile? Gli utricoli creano una condizione di sottovuoto: quando la preda si avvicina la sua presenza viene captata, l’utricolo si apre e la preda viene risucchiata. Rientra tra le tecniche di cattura più veloci del mondo vegetale.
La stazione di Utricularia vulgaris studiata nello stagno di Platamona è costituita da un piccolo nucleo formato da circa 20 individui, situata all’interno di un habitat considerato di importanza prioritaria per la conservazione, come stabilito dalla Direttiva Habitat: direttiva europea che ha come obiettivo quello di salvaguardare la biodiversità mediante la conservazione degli habitat naturali, della flora e della fauna selvatiche nel territorio europeo degli Stati membri al quale si applica il trattato.

Lo Stagno di Platamona è stato identificato come habitat solo in tempi recentissimi sempre grazie all’intraprendenza e allo spirito di osservazione di Giovanni Rivieccio, laureato in Scienze naturali e borsista NRD (Nucleo di ricerca sulla desertificazione), e del gruppo di ricerca composto dalla Simonetta Bagella, docente del Dipartimento di Chimica e Farmacia, e Maria Carmela Caria, anche lei borsista NRD.
Quello che sembra un comune canneto infatti è qualcosa di molto diverso, di più raro e interessante. La presenza al suo interno del falasco (Cladium mariscus) ha insospettito il giovane naturalista, che ha approfondito gli studi sostenendo la tesi dell’attribuzione di queste formazioni all’habitat designato dalla direttiva europea col codice 7210* (Paludi calcaree con Cladium mariscus e specie del Caricion davallianae).
Ed ha avuto ragione. La sua segnalazione è stata infatti accolta dalla comunità scientifica e pubblicata su una rivista di rilevanza internazionale a fine del 2019.

Gli studi sono continuati e quest’estate c’è stato il ritrovamento dell’Utricularia vulgaris.
Il ritrovamento verrà pubblicato anche esso su una rivista scientifica.

“Non c’è dubbio che lo Stagno di Platamona sia un gioiello. Un sito di grande pregio naturalistico e fonte d’innumerevoli servizi ma, come tale, va lucidato per permettergli di brillare al suo massimo spendore attraverso una buona gestione, consapevole del suo grande valore. – Dice Giovanni Rivieccio – Per questo, il percorso della laurea triennale in Scienze Naturali, che prosegue con una magistrale in Gestione dell’ambiente e del territorio, ha sempre più bisogno di persone capaci nella valorizzare dell’infinita bellezza in cui abbiamo il privilegio di vivere: la Sardegna”.