Lella Mazzoli ed Eugenio Santoro

Dr. Google, il "paziente elettronico" e il medico social

Sabato, 10 Giugno 2017

Andiamo sempre di più su internet e sui social media per informarci su tutto, anche sulla salute. Sebbene il mezzo di comunicazione preferito in Italia resti sempre la televisione (88% contro il 73% di internet), "Dr. Google", complice il mobile, è ormai una realtà, così come l'e-patient, il "paziente elettronico" che cerca, produce e condivide informazioni on line, con il rischio di inciampare in qualche "bufala". Come rispondono le istituzioni e gli operatori sanitari? Il progetto di ricerca dell'Università di Sassari “Curarsi con Dr Google? Percorsi di informazione, conoscenza ed empowerment del cittadino sardo sui temi della salute all'interno di internet e dei principali social media” ha cercato di indagare la comunicazione della salute al tempo del web su entrambi i fronti: quello delle istituzioni e quello dei cittadini. I risultati della ricerca, coordinata dalla prof.ssa Elisabetta Cioni e dal dott. Alessandro Lovari del dipartimento PolComIng, sono stati illustrati al convegno "La salute tra bufale e Dr. Google", con la partecipazione di Lella Mazzoli,  professoressa ordinaria di Sociologia della comunicazione e comunicazione d'impresa all'Università di Urbino "Carlo Bo" nonché direttrice dell'Istituto per la formazione al giornalismo di Urbino, ed Eugenio Santoro dell'Istituto di ricerche farmacologiche "Mario Negri" –Laboratorio di informatica medica del Dipartimento di Salute pubblica.

Le Aziende sanitarie sui social network. "Nella prima fase del progetto di ricerca abbiamo mappato la presenza social delle Aziende sanitarie – spiega il ricercatore Alessandro Lovari – Su 123 Asl e Ats, solo 82 hanno una presenza social. Di queste, 6 sono multi social perché oltre ai più utilizzati Facebook, Twitter e Youtube, sono su altri canali come Google+ ". In Sardegna, l'unica azienda sanitaria  che ha fatto il salto digitale è quella di Oristano. "Abbiamo intervistato 38 operatori dei profili social delle aziende sanitarie – continua Lovari – E' emerso che mancano in molti casi risorse umane e competenze specifiche per la gestione, ma anche la consapevolezza che alcuni target – gli immigrati e chi vive in condizione di marginalità- possono essere raggiunti e aiutati meglio proprio grazie ai social media". Dall'altra parte, permane la diffidenza delle strutture dirigenziali nei confronti di un mezzo che rischia di convogliare e portare in grande evidenza critiche e commenti negativi difficili da gestire.

Il rapporto medico-paziente. E i medici come reagiscono? "Sono rimasti spiazzati – dichiara Lella Mazzoli, che studia questa tematica dagli anni '70 – Il 62% dei medici dichiara che i pazienti arrivano da loro con un'autodiagnosi trovata su internet. E questo è un problema". E' un problema perché questo e-patient non sempre ha le competenze per trovare on line informazioni veritiere. Non ci sono i bollini di qualità sulle pagine internet e farli inserire da un'authortity sarebbe una strada poco praticabile (impossibile per i social media. "Ma è un problema anche la scarsa abilità comunicativa dei medici, che in Italia, a differenza di ciò che accade in Francia e Regno Unito, non hanno una formazione specifica sulla comunicazione", continua Lella Mazzoli. "I professionisti e le aziende sanitarie devono comunicare di più". E questo non significa semplicemente che parlare con i pazienti su WhatsApp, comportamento già molto diffuso.

Educazione digitale: riconoscere le bufale. Il progetto, realizzato con il contributo della Fondazione di Sardegna, prevedeva anche azioni di monitoraggio dei comportamenti on line e sensibilizzazione dei giovani. Sono stati coinvolti a questo proposito l'Istituto alberghiero di Arzachena e il Liceo Sportivo Canopoleno, attraverso una serie di incontri raccontati dal Laboratorio Reporters Tv dell'Università di Sassari, partner del progetto. Che la formazione sia la chiave per superare le attuali difficoltà, soprattutto in un Paese con scarsa cultura scientifica come l'Italia, è convinzione di Eugenio Santoro, che ha citato la recente iniziativa della Commissione Internet Camera dei Deputati "#bastabufale" e il prossimo lancio di un corso di educazione digitale nelle scuole. "Più che di bufale, parlerei di notizie non veritiere – precisa Santoro, che cita il metodo Di Bella, Stamina e di recente il fronte contro i vaccini – Intanto esistono degli strumenti come il test "misura siti" di Partecipasalute. Poi sono stati stilati decine di decaloghi. Per me le regole da seguire per riconoscere una fake news nell'era della "post verità" sono queste: capire chi è l'autore dell'articolo, se lavora in un'istituzione accreditata, se ha già scritto su questo tema, se è possibile contattarlo; è necessario poi confrontare differenti versioni della notizia e vedere se di un determinato argomento vengono illustrati i pro e i contro". Anche secondo lui, le istituzioni sanitarie devono comunicare di più sui social network non per "smontare" le bufale, ma per prevenirle, e cita l'esempio virtuoso del National Cancer Institute che ha una miriade di profili social attivi.

Gli altri partner. Hanno collaborato inoltre alla realizzazione del progetto di ricerca l'Università della Svizzera Italiana, l'Associazione impresa sociale Casa Emmaus, rappresentata al convegno da Maria Giovanna Dessì e la già citata Università di Urbino, con Gea Ducci e Lella Mazzoli, (Valentina Guido – Ufficio stampa dell’Università di Sassari).